Emilia-Romagna
Radioattività
Quadro generale


Le radiazioni ionizzanti sono particelle e/o energia in grado di modificare la struttura della materia con la quale interagiscono, ovvero di ionizzare, direttamente o indirettamente, gli atomi che incontrano sul loro percorso. Nel caso dei tessuti biologici, tale interazione può portare a un possibile danneggiamento delle cellule, con effetti (detti “deterministici”) evidenziabili a livello clinico sugli individui esposti o con effetti (detti “stocastici”) che possono interessare in modo casuale gli individui esposti o i loro discendenti.
Le sorgenti di radiazioni ionizzanti possono essere suddivise in due principali categorie:
– sorgenti naturali, a cui tutti gli esseri viventi sono da sempre costantemente esposti;
– sorgenti artificiali, diffuse in particolare con lo sviluppo delle nuove tecnologie degli ultimi 70 anni.
Attualmente, in assenza di specifici eventi (esplosioni nucleari o incidenti), la maggior parte dell’esposizione della popolazione a radiazioni ionizzanti, ovvero circa il 70%, è di origine naturale (la cui principale componente, 60%, è dovuta ai prodotti di decadimento del radon).
Nell’attuale quadro normativo di riferimento, costituito dal DLgs 230/95 e s.m.i., assume rilevanza anche l’esposizione per i lavoratori a radiazioni di origine naturale (in particolare radon e attività lavorative con materiali radioattivi di origine naturale).
Per il radon, ovvero uno dei principali inquinanti degli ambienti confinati, è stata condotta una prima indagine su scala nazionale (1989-1997) e sono attualmente in corso indagini regionali finalizzate all’individuazione delle zone del territorio a più elevata probabilità di alta concentrazione, come peraltro previsto dalla normativa.
Per le attività lavorative con uso/stoccaggio di materiali, o produzione di residui, contenenti radionuclidi naturali (NORM), quali ad esempio quelle che utilizzano minerali fosfatici, sabbie zirconifere, torio o terre rare, il DLgs 230/95 e s.m.i. assegna compiti e doveri agli esercenti tali attività soggette al campo di applicazione. In Emilia-Romagna, le attività di tipo NORM più consistenti sono relative alla lavorazione delle sabbie zirconifere, il cui impiego è concentrato soprattutto nel “Comprensorio della ceramica” delle province di Modena e Reggio Emilia, nonché all’estrazione di gas e petrolio: uno dei 4 distretti operativi in cui sono suddivisi i circa 7.000 pozzi di Eni è infatti quello di Ravenna.
Le esposizioni dovute a sorgenti artificiali derivano da attività umane, quali ad esempio la produzione di energia nucleare o l’impiego di radioisotopi per uso medico (diagnostica e terapia), industriale e di ricerca; attualmente la diagnostica medica copre praticamente il rimanente 30% dell’esposizione della popolazione a radiazioni ionizzanti.
Il settore energetico nucleare, in Italia, ha avuto un arresto a seguito del risultato referendario del 1987 e tutte le centrali nucleari italiane, compresa quella di Caorso, sono in fase di dismissione; conseguentemente, il rischio di contaminazione ambientale derivante dall’uso del nucleare è pressochè esclusivamente collegabile a eventuali incidenti. La residua contaminazione radioattiva, dovuta a radionuclidi artificiali, quali ad esempio Cs-137 e Sr-90, attualmente rilevabile dalle reti nazionali e regionali di monitoraggio, è sostanzialmente derivata dalla sperimentazione in atmosfera di ordigni nucleari, avvenuta attorno agli anni 60, nonché dall’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl del 1986. Uno degli obiettivi delle reti è, infatti, la stima dei livelli di radioattività presenti nell’ambiente finalizzati al calcolo della dose efficace media alla popolazione; occorre, comunque, rammentare che le reti costituiscono uno strumento di prevenzione atto, altresì, all’individuazione di situazioni anomale o incidentali in corso. A questo scopo Arpa Emilia-Romagna ha avviato l’attivazione (dal 2008) di una rete Gamma, costituita attualmente da 7 stazioni di misura in tempo reale della radiazione gamma, distribuite sul territorio regionale.
Un’attenzione particolare meritano, comunque, tutte le attuali e future attività di “decommissioning” degli impianti nucleari italiani. Per quanto riguarda la centrale di Caorso, si sono concluse le seguenti attività specificamente autorizzate con DM 4 agosto 2000: il trasferimento in Francia (giugno 2010) del combustibile esaurito per il riprocessamento; la decontaminazione del circuito primario; lo smantellamento delle Torri RHR e dei sistemi contenuti all’interno dell’Edificio Turbina; la demolizione dell’Edificio Off-Gas. Rimane da effettuare il trattamento dei rifiuti pregressi, principalmente costituiti da resine a scambio ionico esaurite. Nel febbraio 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico ha emesso il decreto per la disattivazione, che consentirà, attraverso la predisposizione e l'autorizzazione dei singoli progetti, di terminare le attività di smantellamento dell’impianto.
L’impiego di sorgenti radioattive sigillate in ambito medico, industriale e di ricerca necessita l’adozione di misure atte a garantirne l’uso in condizioni di sicurezza e la corretta dismissione; il DLgs 52/07, in attuazione della Direttiva comunitaria 2003/122/EURATOM, è infatti finalizzato a rafforzare il controllo sulle sorgenti sigillate ad alta attività (sostanze radioattive racchiuse in un involucro inattivo) e sulle sorgenti orfane (abbandonate, smarrite o prive di controllo e che pertanto potrebbero, ad esempio, condurre a fenomeni di contaminazione ambientale qualora immesse casualmente o illegalmente in rottami metallici sottoposti a fusione).
Per le sorgenti non sigillate è, invece, necessaria una corretta gestione dei rifiuti radioattivi, sia solidi che liquidi (ad esempio gli scarichi ospedalieri controllati, le deiezioni dei pazienti sottoposti a indagine con sostanze radioattive etc.). Anche in Emilia-Romagna sono ubicati depositi temporanei di rifiuti radioattivi, sia solidi che liquidi, nei quali sono stoccati i rifiuti prodotti dagli impianti nucleari e quelli gestiti dalle ditte che effettuano servizio di raccolta dei rifiuti radioattivi.
Tutte le attività nelle quali è previsto l’impiego di materie radioattive o fissili generalmente necessitano di un’attività di trasporto dagli impianti di produzione verso quelli di utilizzazione e da questi ultimi verso quelli di trattamento e/o deposito, per gli eventuali rifiuti radioattivi prodotti; la modalità di trasporto stradale risulta essere quella più utilizzata (83%), seguita dalla modalità aerea (17%).
In Italia vengono trasportati ogni anno centinaia di migliaia di colli contenenti materiali radioattivi, in massima parte destinati a impiego sanitario, alcuni con attività dell’ordine delle decine di kBq, altri, in particolare quelli per le terapie antitumorali, dell’ordine delle centinaia di TBq. Altre sorgenti utilizzate in campo industriale possono variare dalle centinaia di GBq, come nel caso di quelle per le gammagrafie, alle decine di PBq per le sorgenti destinate agli impianti di irraggiamento per sterilizzazione. Inoltre, possono essere spediti elementi del combustibile irraggiato presente negli impianti nucleari in via di disattivazione, i cui trasporti sono relativi a sorgenti dell’ordine dei PBq e contenitori con masse dell’ordine delle decine di tonnellate (ad es. per Caorso i contenitori utilizzati presentavano un’attività non superiore a 32,9 PBq, con massa lorda pari a circa 80 t).
Alle attività di trasporto di materie radioattive e fissili possono associarsi rischi connessi sia a possibili esposizioni alle radiazioni di lavoratori e membri della popolazione, sia a contaminazioni dell’ambiente in seguito a incidenti, nonché, in particolare per le materie fissili, alla possibilità che, durante la fase di trasporto, possano verificarsi diversioni d’uso del materiale verso impieghi non pacifici. Ai fini della minimizzazione del rischio occorre predisporre adeguati piani provinciali di emergenza atti ad affrontare le presumibili conseguenze radiologiche di incidenti, come peraltro previsto nel DPCM 10 febbraio 2006.

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